Il Zelten

Si, lo so, ce lo insegnano alle elementari: la Z, come la S impura (cosa avrà mai fatto questa esse per essere definita impura?) vuole l’articolo “lo”.  Questa regola però, nel nostro clan famigliare, vale per tutto tranne che per la  parola “Zelten”. Perché per noi lo Zelten è quello della nonna Meri, e per lei quel dolce era rigorosamente “il Zelten”. Volendo si potrebbe anche trovare una giustificazione fonetica, in quanto la Z ha una pronuncia dura, quasi fosse ” TZelten”  e quindi quella T percepita all’orecchio giustificherebbe l’articolo il. Ma questi sono sofismi che alla Meri non interesserebbero nella maniera più assoluta: per lei era “il zelten” punto e basta. Un po’ come il Plunken della nonna Rosalma.  Per l’altra metà della famiglia infatti non esiste un dolce che si chiama  “Plumcake”, esiste sì qualcosa di simile, ma che si chiama “Plunken”, perché lei l’ha sempre chiamato così. Ok, messa da parte questa digressione di “lessico famigliare” veniamo al dunque:  lo Zelten è il tipico dolce natalizio del Trentino-Alto Adige, una variante dei pani dolci, arricchiti con frutta secca, uvette e canditi che si trovano un po’ ovunque in Italia. Insomma Il pane delle feste il cui nome deriva dal tedesco “selten” che significa proprio “ ogni tanto, raramente”. Come tutte le ricette tradizionali ciascuna famiglia ha la propria che si tramanda di madre in figlia: questa è la nostra che, per fortuna, essendo stata trascritta in tempo,  può continuare a rivivere ad ogni Natale. Perché per noi non c’è Natale senza “il zelten” della nonna Meri.

 

INGREDIENTI

600 g di Farina

1 cubetto di Lievito di Birra (25g)

½ bicchiere di latte

3 uova

300 g di zucchero

La buccia di 1 limone grattuggiato

100g di burro fuso

½ bicchiere di grappa (in trentino la grappa non manca mai)

½ bustina di lievito in polvere

Fichi secchi (200g), noci, mandorle, pinoli uvetta (120g ciascuno)

1 sacchettino di canditi misti.

In un recipiente adatto sciogliere il lievito nel latte, aggiungere 100 g di farina, un pizzico di zucchero e lasciare lievitare per 1 ora.

Aggiungere altri 100 g di farina e lasciare lievitare ancora per 1 ora.

Aggiungere lo zucchero, la scorza del limone, la grappa, il burro fuso, la restante farina , la mezza bustina di lievito in polvere, la frutta secca sminuzzata e i canditi. Versare il composto in una teglia da forno rettangolare abbastanza alta, infarinata e imburrata. Livellare il composto  e decorarlo con mandorle intere e mezze noci. Lasciare riposare ancora per 1-2 ore, infornare a 100°C e portare il forno lentamente a 180°C in circa 1 ora. Quando mancano più o meno 10 minuto alla fine della cottura, spennellare la superficie con latte molto zuccherato, che darà allo zelten quel bell’aspetto lucido.

Se proprio volete fare i sofisticati gustatevelo con un Moscato Rosa dell’Alto Adige, ma vi garantisco che anche un Moscato d’Asti, purchè sia di quelli buoni, ci sta benissimo!

Buon Natale a tutti!

 

 

I Fichi Caramellati

A vederla non le daresti due lire. E’ la pianta di fichi che abbiamo all’angolo della scalinata larga che porta all’ingresso del ristorante. E’ piccola,  sgraziata, con i rami che si intrecciano tra loro in maniera disordinata,  sembra sonnecchiare inutilmente per tutto l’anno. Poi all’improvviso, all’inizio del mese di agosto, si sveglia e ci regala una quintalata (nel senso letterale del termine) di fichi; anche loro piccoli e bruttini, ma dolcissimi.

E allora via a preparare torte, molto gradite dai clienti per tutto il mese di agosto, marmellate, che serviranno per tutto il resto dell’anno come accompagnamento ai formaggi ed infine questi “fichi caramellati”: un ottimo modo di conservarli per poterli gustare e servire anche  dopo che la pianta avrà finito di produrli.

Si preparano così:

Lavate e asciugate circa 1 Kg di fichi interi, scegliendo quelli non troppo maturi, e, senza sbucciarli metteteli in piedi uno accanto all’altro in un tegame con fondo spesso in modo da riempirlo tutto. Cospargeteli con lo zucchero (300 g), annaffiateli con un bicchiere di aceto di vino rosso e spolverizzateli con un po’ di cannella e qualche scorza di limone.

Portate lentamente ad ebollizione e lasciate sobbollire coperto per una ventina di minuti, smuovendo di tanto in tanto il tegame per non fare attaccare i fichi sul fondo.  Continuare la cottura scoprendo il tegame per un’ altra ventina di minuti fino a che non si sia formato un sugo denso e caramellato. Scolate i fichi in uno o più vasi e ricopriteli col loro sugo.

Potrete gustarli per qualche mese come ottimo dessert, accompagnandoli a del gelato alla vaniglia o, meglio ancora, ad una mousse al mascarpone; oppure, se preferite, utilizzateli come accompagnamento ad arrosti, bolliti o formaggi stagionati.

Il Clafoutis alle Ciliegie

 

Una decina di anni fa, leggendo un romanzo francese, mi sono imbattuto per la prima volta nel clafoutis :

“Oltre al pacco, gli portavo la gavetta. Sempre lo stesso menu. Tuo padre è fatto così. Manzo con le carote e punte di asparagi in salsa vinaigrette. E come dolce, un clafoutis alle ciliegie.” “Riuscivate a fare dei dolci durante l’Occupazione?” “Per l’appunto, era un clafoutis di guerra. Dentro non c’erano molte uova di gallina né molto latte di mucca. Per le ciliegie, non era mai la stagione. Ci si arrangiava. Bastava che fosse un po’ rossiccio, capisci.” Capisco benissimo, anzi me lo vedo, il clafoutis di guerra della mamma. Senza uova, senza latte, senza burro, senza ciliegie, tutto piatto, bruciacchiato, con una caterva di noccioli. Proprio un vero clafoutis. Un giorno il mio padrino che è scomparso mi porta al ristorante. Dessert del giorno: clafoutis di ciliegie. Rivedo la mamma che lo tira fuori dal forno con il suo strofinaccio a scacchi scottandosi. Lo taglia che è ancora caldo tenendo il coltello come un contadino, con il pollice sulla lama. Vengono fuori delle fette convesse o concave. Dobbiamo fare un po’ di smorfie con la bocca perché è caldo, ma va giù bene. Ed ecco il cameriere mi posa davanti una fetta di dolce morbida, spessa, fredda e inodore. “Che cos’è?” “Il suo clafoutis, signore.” Questa roba, che non è nemmeno bruciata? Dico di no, che c’è uno sbaglio, che non è possibile. Mi dicono di sì. Anche il mio padrino conferma che è proprio un clafoutis! Sono scappato via giurando che un giorno avrei aperto un ristorante in cui avrei servito il “vero clafoutis di guerra di comare Paulette” che sarebbe diventato famoso quanto la frittata del ristorante “La mère Poularde”.  (cit. da : Daniel Picouly – Il campo di nessuno – Feltrinelli 1997.)

Oltre a questo brano, quello più suggestivo, nel libro il clafoutis viene citato almeno una decina di volte: ovvio che ti viene la voglia di provarlo. La prima volta però, era all’inizio di maggio, l’abbiamo fatto con le fragole. Buono, niente da dire, ma quando alla fine del mese l’abbiamo provato con le ciliegie della nostra pianta  è stata tutta un’altra cosa: quello era il vero clafoutis di madame Paulette!

Un avvertimento, se volete farlo in casa: sotto la voce clafoutis trovate decine di ricette che, pur mantenendo gli stessi ingredienti base (uova zucchero, farina e ciliegie), li miscelano in proporzioni differenti, dando origine a risultati molto diversi, influenzati, come spesso accade nei dolci, anche dalla teglia e dal forno utilizzati. La nostra ricetta attuale rappresenta la sintesi di almeno tre ricette diverse ed è perfetta per  una teglia di 32 cmdi diametro, dove dà origine ad un clafoutis forse un po’ basso rispetto a quello tradizionale, me che a noi piace di più. Potete usarla tale quale anche per una teglia da 30 cm, ma se lo volete fare ancora più piccolo, occorrerà riproporzionare gli ingredienti.

 

850 g di Ciliegie (o altra frutta) snocciolate (lo so il clafoutis andrebbe fatto con le ciliegie intere, ma si sa, i clienti dei ristoranti sono viziati, non vogliono mangiare una torta ed essere costretti a sputare i noccioli)

120 g di Zucchero

60 g di Farina

¼ l di Latte

4 uova intere

1 stecca di vaniglia (o in alternativa 1 bustina di vanillina)

un pizzico di sale

Sbattete la farina, le uova, lo zucchero, i semini della stecca di vaniglia (o la bustina di vanillina) e il sale. Aggiungete poco alla volta il latte freddo. Incorporate la frutta lavata e snocciolata e versate il tutto in una teglia. Cospargete abbondantemente la superficie con zucchero e fate cuocere in forno già caldo (180 °) per circa 30-40 minuti. Controllate la cottura ad occhio, ricordando ciò che dice Picoully: se non è bruciacchiato non è un vero clafoutis!

 

Il Petto d’Anatra e la Bottiglia Dimenticata

 

Dimenticarsi di qualcosa o di qualcuno non è mai bello, equivale spesso ad una perdita, una mancanza. Se però si tratta di una bottiglia di vino, la dimenticanza può rivelarsi una fortuna e, anziché a una perdita, può dare origine alla scoperta di un tesoro. Così qualche mese fa, in una di quelle giornate invernali dedicate a mettere un po’ d’ordine in cantina, in cima ad uno scaffale abbiamo notato un’anonima cassettina di legno.

- Cos’ è quella scatola? –  ha chiesto qualcuno.

- Mah, credo ci sia dentro una vecchia bottiglia di Porto – ho risposto con noncuranza – ricordo che ce n’era anche un’altra simile: qualche anno fa l’avevo aperta e non era neanche male.

- Ma sarà ancora buona? .

- Boh, chi lo sa,  potrebbe anche essere, – ho risposto – il Porto, se buono, è un vino che può reggere tranquillamente anche cinquant’anni di invecchiamento e, se è quella che penso io, quella bottiglia ne avrà ad occhio e croce una trentina. Mi sa tanto che è uno di quegli omaggi che facevano al  papà quando ordinava vino e liquori in quantità industriale, come si faceva una volta, perché non ricordo di averla mai  ricevuta né acquistata personalmente. Sarà qui che passa da uno scaffale all’altro come minimo da venticinque anni.

Mi sono arrampicato sullo scaffale, ho preso la scatola e l’ho aperta. Avevo ragione: dentro c’era, coricata e avvolta nella paglia,  una magnum di “Fonseca Bin 27”, una riserva ottenuta, come ho avuto poi modo di verificare, assemblando selezionate partite di Porto con un’età media di circa cinque anni. L’ho tolta dalla cassetta  e l’ho guardata bene. Non c’erano tracce di perdita di liquido, buon segno: il tappo e la capsula avevano retto bene. L’ho messa in piedi per far sedimentare il deposito sul fondo ed ho aspettato qualche ora. Poi l’ho aperta, versando delicatamente: spettacolo! Avevo già intuito che dentro ci fosse qualcosa di buono, ma non immaginavo QUANTO potesse essere buono!  Era il Porto migliore che avessi mai assaggiato. Nemmeno in Portogallo, dove comunque, in un ristorante che si rispetti, non ti servono mai un Porto che abbia meno di vent’anni, ricordavo una cosa simile. Così l’ho travasato un po’ per volta in un piccolo decanter  e in questi mesi, a chi mi chiedeva un Porto  ho dato questo nettare. Tranne qualche rarissima eccezione di clienti poco attenti (pochi, per fortuna, ma ce ne sono), chiunque abbia avuto la fortuna di assaggiarlo mi ha subito chiesto, stupito, che cosa gli avevo servito. Perché, credetemi, quando una cosa è veramente buona, non passa certo inosservata.

Questo per quanto riguarda la bottiglia, e va bene, ma che c’entra il petto d’anatra? Calma e ci arrivo.

Un giorno viene a trovarmi il rappresentante di vini e liquori che immaginavo fosse all’origine di tutto ciò, avendo con tutta probabilità regalato lui a mio padre quello che sarebbe diventato “a mia insaputa” (finalmente anch’io ho trovato qualcosa a mia insaputa!) un vero gioiello. Poco prima che se ne vada gli dico, con nonchalance:

- Ah, dimenticavo … aspetta un momento… ti faccio assaggiare una cosa, dimmi che ne pensi… – e gli verso, dal decanter anonimo, un bicchierino del prezioso liquido.

- Mmmh buono! … ma cos’è ’sta delizia?!?

Vado a prendere la bottiglia, ormai quasi finita e, mentre gli racconto la storia, vedo che gli si illuminano gli occhi.

– Sai, ho dovuto travasarla a poco a poco- concludo – perché sul fondo c’erano due dita di palta.

La luce nei suoi occhi cambia all’istante, mi fulmina con lo sguardo e mi dice:

- Caro Luca, quella che tu chiami PALTA, e sottolinea a voce la parola palta, i più grandi cuochi del mondo la utilizzano in cucina. Ora tu mi devi fare un favore: quando arrivi alla fine della bottiglia prendi quello che rimane e lo usi per cucinarci qualcosa, quello che vuoi tu, qualsiasi cosa, basta che non lo butti via!

E così ho fatto: ho preso dei petti d’anatra, che normalmente cuciniamo con il Barolo e, con il fondo di quella bottiglia, abbiamo preparato questo piatto. Buonissimo, a detta di chi l’ha assaggiato. Buonissimo, ma, purtroppo, irripetibile!

Il fiore spietato dell’agave

C’è qualcosa di eroico e al tempo stesso di tragico nel destino che la natura ha imposto alla pianta dell’agave.  Più di vent’anni di lenta crescita, passati in silenziosa attesa: una paziente raccolta di tutte le energie necessarie per poter finalmente lanciare  l’urlo finale, per poter realizzare quell’ incredibile esplosione che si materializza in poco meno di due mesi: il suo fiore! Un fiore che sembra un albero, un fiore alto più di cinque metri. Perché  non si aspetta certo più di vent’anni per fare un fiorellino qualsiasi. Se l’attesa deve essere così lunga, il risultato non può che essere spettacolare. E quello dell’agave è forse il fiore più spettacolare che ci sia, se si considera che nei primi giorni il “fiore-albero” cresce quasi a vista d’occhio (15-20 cm al giorno). Ma se anche non fosse il più spettacolare, è di sicuro il più crudele, poiché la fioritura sancisce inevitabilmente la morte della pianta. Impossibile sopravvivere ad uno sforzo simile: tutte le energie della pianta vengono letteralmente consumate in questo atto estremo. Le agavi in fiore sono comunissime, tanto da passare quasi inosservate, in tutta la fascia mediterranea, dove queste piante non hanno nessun problema a sopravvivere per almeno 20-25 anni, età minima per poter fiorire. Sono invece una rarità nelle nostre zone, perché è vero che il clima relativamente mite del lago permette loro di crescere, ma è anche vero che durante inverni particolarmente rigidi, quando la temperatura scende sotto lo zero per parecchi giorni consecutivi, gli esemplari particolarmente grandi, a causa dell’enorme quantità di acqua contenuta nelle loro foglie, rischiano di morire prima di arrivare alla fine del loro ciclo naturale. Per questo abbiamo voluto raccontare con le immagini la storia di questa pianta eroica e del suo fiore, che con la sua presenza ha per ben due anni caratterizzato in maniera, chissà, forse irripetibile, il panorama della nostra terrazza.

1) La nascita dell’ “asparago gigante”

2) L’ “asparago” cresce in maniera impressionante fino a superare, in circa un mese, i cinque metri di altezza.

3) quando la crescita verticale è quasi completata , cominciano a spuntare dei “tentacoli” che si aprono come braccia a formare quelli che saranno i rami dell’ albero-fiore

 4) All’estremità di ciascun ramo si  formano come delle specie di spazzole  giganti  di colore verde …

5) … dalle quali sbocciano migliaia di fior gialli dal profumo intensissimo che ricorda il melone maturo e che, alla sera verso il tramonto, attirano tutte le api e le vespe del vicinato (per fortuna, però se ne vanno all’imbrunire).


6) Così era è il fiore dell’agave nel momento del suo massimo splendore …

7)  … e così è adesso dopo quasi due anni,  pronto per essere tagliato e sostituito con un’agave nuova. Chissà, tra altri vent’anni …

Tre stelle novaresi (3) – Nebbiolo Valentina – Il Cecchino

Il Nebbiolo Valentina è come un cecchino, non sbaglia mai un colpo! Il primo impatto con questo vino l’ho avuto con la vendemmia 1997 e non mi sono stupito più di tanto che fosse davvero eccellente: quella è stata, per tutto il nord Piemonte, una grandissima annata. Quello che mi ha veramente stupito è stata la costanza con cui quest’eccellenza si è ripetuta in tutte le vendemmie successive, fino all’ultima assaggiata, la 2006. Non ne ricordo una, dico una, neppure quella del  famigerato 2002, che non si sia rivelata, pur nella sua diversità, strepitosa, tanto che ormai, per questo vino, l’eccezionalità sembra essere diventata la normalità. L’unico difetto, se così si può definire, è che in molti casi, al momento dell’acquisto si può presentarsi un tantino chiuso, ancora un po’ spigoloso e legnoso. Ma quando i tannini si ammorbidiscono e si integrano perfettamente con la viola e la rosa presenti in abbondanza nel suo bouquet  e con la prugna e la ciliegia predominanti nel suo palato, beh allora questo Nebbiolo non ha veramente nulla da invidiare ai cugini più blasonati delle Langhe. Il difetto allora può diventare un pregio, perché se per caso ve ne siete dimenticati qualche bottiglia in cantina, avrete sicuramente una piacevolissima sorpresa riassaggiandolo qualche anno dopo. Il  problema è che è difficile dimenticarselo in cantina, io non sono mai riuscito a farlo!

Tre stelle novaresi (2) – Esther della Zoina – L’incantesimo non finisce a mezzanotte

L’ho già detto nel precedente post e lo ripeto: secondo il mio modestissimo parere l’Erbaluce, tranne rare eccezioni o annate particolarmente favorevoli, difficilmente riesce ad esprimere vini di una certa levatura. Esther della Zoina è proprio una di queste  rare eccezioni. In questo vino, grazie alla potente impalcatura che l’enologo ha saputo costruire attorno ad una selezionatissima materia prima raccolta a giusta maturazione, l’ Erbaluce incredibilmente si trasforma, fino a diventare un vino di gran classe. La fermentazione in barrique interviene come la fatina di Cenerentola a sostenere l’esiguità del vitigno e, conferendogli struttura e spessore, ne amplifica profumi e aromi, trasformando la povera serva in una vera principessa. Non ci credete? Se avete un amico appassionato di vini, uno che ha assaggiato e che conosce i vini di tutto il mondo,  invitatelo a cena, fategli assaggiare questo vino senza mostrargli la bottiglia e godetevi il seguito. Cercherà subito paragoni con vini francesi, friulani, sloveni, e quando gli svelerete che si tratta di Erbaluce e per giunta nemmeno di Caluso, ma delle Colline Novaresi sono sicuro che  resterà apparentemente deluso. Apparentemente, perché se gli lascerete la bottiglia a portata di mano, state certi che non impiegherà molto a finirla, dicendovi: “Niente male questo vino, non è che, per caso ne hai un’altra, magari di un’annata precedente?” Perché quest’incantesimo, a differenza di quello di Cenerentola, non è certo destinato a svanire in breve tempo: Esther della Zoina presenta una notevole capacità d’invecchiamento che lo fa apprezzare, anzi lo migliora, anche a distanza di anni.

 

Tre stelle novaresi (1) Jad’Or – E’ vero oro quello che luccica

La veste grafica della bottiglia è indubbiamente accattivante: vetro chiaro ed etichetta trasparente ad esaltare il bellissimo colore dorato del vino. Colore evocato anche dal nome, Jad’Or, scritto ovviamente in caratteri d’oro, che ricorda sì un celebre profumo, ma che  trova (per fortuna) una valida  giustificazione nel rimandare anche al nome della produttrice (Giada Codecasa).  Non che io mi lasci tanto incantare dalla veste esteriore, anzi, come spesso succede con vini che si presentano con estetiche particolarmente ricercate, l’ho assaggiato con una certa diffidenza, quasi volessi sfidarlo: “Tanto lo so che stai cercando di fregarmi, ti presenti tutto bello luccicante, ma in realtà sei il solito spumante da quattro soldi”. Invece … invece l’assaggio di  Jad’Or, metodo classico dell’Azienda Agricola Cà Nova di Bogogno,  produttrice peraltro anche di altri vini di gran pregio, è stata una piacevolissima sorpresa. Già il profumo è intenso, pulito, ampio e invitante. Il gusto è pieno, morbido e persistente: uno spumante, come il nome d’altra parte suggerisce, tutto al femminile ( ad Alessandra e Marianna è piaciuto tantissimo), ma indiscutibilmente un ottimo prodotto. Da questo assaggio ho avuto un’ulteriore conferma a  una mia vecchia convinzione: che il vitigno erbaluce, più che alla produzione di vini bianchi tradizionali che, tranne qualche rara eccezione o in qualche annata particolarmente favorevole, non sono mai un granché, sia invece particolarmente adatto alla produzione di spumanti di qualità.  Meditate, produttori, meditate …

 

 

 

 

Le più brutte, le più buone.

Se le vedete su un banco, magari tra decine di altre varietà di olive, non sono certo le prime che vi viene voglia di comprare. Sono piccole, bruttine, spesso malfatte, con un poco invitante colore violaceo, tutto nocciolo e poca polpa. Ma se riuscite a non farvi condizionare dall’aspetto visivo non resterete delusi, in quei pochi millimetri di polpa si cela una dolcezza ed un’intensità di gusto che fa dell’oliva taggiasca uno dei gioielli della nostra terra. La loro diffusione nel ponente ligure è dovuta ai monaci benedettini del convento di Taggia che, tra il X e XI secolo, riconoscendo il notevole potenziale di questa zona, diedero il via ad una razionalizzazione dell‘olivicoltura. Incrociando varietà locali con altre provenienti da Cassino ottennero quella che, adattandosi meglio al terreno e al clima, si trasformò nell’attuale “taggiasca”. Gran parte della produzione è ovviamente dedicata alla spremitura, per dare origine a quello che, unendo alla profondità di gusto una dolcezza e una delicatezza ineguagliabili , è considerato uno dei migliori, se non addirittura il miglior olio d’Italia e quindi del mondo.
Ma oltre a produrre un olio eccezionale, le olive taggiasche sono anche le migliori  per essere utilizzate in cucina. Si sposano praticamente con tutto: dalla carne al pesce, dalla pasta al riso. Il meglio di se lo danno però in abbinamento al pomodoro: qualsiasi cosa stiate cucinando, se nella ricetta è presente del pomodoro (crudo, passata, sugo, non importa), aggiungeteci una manciata di olive taggiasche, conferiranno immediatamente al piatto quell’inconfondibile “gusto mediterraneo” apprezzato in tutto il mondo.

Il nostro pane alle olive taggiasche

Pane alle Olive Taggiasche (dose per circa 12 panini)

500 gr di farina 0
1 bustina di lievito per pane
1 cucchiaino e 1/2 di sale
3 cucchiai di olio d’oliva
olive taggiasche leggermente tritate (usate quelle già snocciolate vendute in vasi con olio d’oliva)
2 cucchiaini di zucchero sciolti in una tazzina di acqua
230 ml di acqua
80 ml di latte

In una ciotola mescolare la farina con il sale, aggiungere olio, lievito, la tazzina di acqua e zucchero (aiuta a lievitare) e cominciare a impastare aggiungendo latte e acqua. La dose di acqua è indicativa, l’importante è la consistenza dell’impasto, che deve essere molto morbido, restare un pò attaccato alle mani.
Ungere una ciotola e metterci la pasta, coprire con un panno e lasciare lievitare in un posto tiepido per un’oretta. Passato il tempo, dividere l’impasto in 12 palline in cui metteremo un po’ di olive tritate, fare dei “salamotti” e annodarli. Mettere i panini su una teglia con carta forno, coprirli con un panno e farli riposare ancora tre quarti d’ora. Accendere il forno su 180° (ma ci si regola con il proprio forno). Spennellare i panini con un po’ di olio delle olive, mettere un pizzichino di sale su ognuno e infornare. Il tempo preciso non lo so, dipende dal forno, comunque circa 15 minuti: occorre controllare la giusta doratura.

Per concludere un indispensabile avvertimento: vista la loro bontà, questi 12 panini basteranno a malapena per 3-4 persone!

Dulcis in fundo

Bavarese all’ arancia: la degna conclusione del pranzo di Natale.

Si fa cosi:

1/4 l di latte

4 uova

200 gr di zucchero a velo

3 fogli di gelatina

la scorza grattugiata di 2 arance (usate quelle bio, non trattate i superficie)

1/2 l di panna montata

 

Ammollare la gelatina in acqua fredda.

Sbattere i tuorli delle uova con lo zucchero e a parte montare gli albumi a neve.

Fare bollire le scorze nel latte per qualche minuto a fuoco basso, poi togliere le scorze strizzandole bene e aggiungere il latte ai tuorli.

Rimettere la crema sul fuoco e, senza farla bollire, sciogliervi la gelatina continuando a mescolare.

Versarla in un contenitore abbastanza capiente e lasciarla raffreddare sempre mescolandola, fino a che non sia solo leggermente tiepida.

Montare la panna, aggiungervi gli albumi a neve e unire il tutto alla crema aromatizzata all’arancia. Suddividere in stampini singoli e mettere in frigorifero per qualche ora prima di servire.

Come guarnizione potete preparare una salsa facendo bollire il succo delle arance di cui avete utilizzato la buccia (se non basta spremetene altre) con un po’ di zucchero e un bicchierino di liquore all’arancia o al mandarino.